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venerdì, 30 maggio 2008
Si prepara l’elezione del Consiglio dei Migranti nella Piana di Lucca

 

Nella Piana di Lucca, oggi, risiedono migliaia di cittadini/e immigrati/e di diverse nazionalità, che hanno un regolare permesso di soggiorno, un regolare lavoro, una casa, e pagano regolarmente le tasse. Molti ormai sono anche i bambini/e e i ragazzi/e immigrati/e che frequentano le nostre scuole.

Questa realtà sociale, così variegata e importante, non ha rappresentanza politica, non ha diritto di voto, non è rappresentata, non ha voce.

Mentre rivendichiamo il diritto di voto per i cittadini immigrati sia a livello amministrativo che politico, riteniamo che sia venuto il momento di avviare, in via sperimentale, sul nostro territorio, un percorso che, avviato dal 7 Giugno porti in autunno ad eleggere democraticamente, sulla base di liste, preferenze e voto segreto, il Consiglio dei migranti della Piana di Lucca.

Tale organismo rappresenterà a tutti gli effetti i migranti sia nel rapporto con le associazioni, i sindacati che con le Istituzioni, su tutte le questioni di rilievo che interessano il nostro territorio.

Esso sarà un organismo democratico, rappresentativo, plurale, capace di promuovere dal basso l’autoorganizzazione dei migranti, capace di fare sintesi di proposte, rivendicazioni, iniziative, progetti. Una svolta importante sulla strada per ottenere il diritto al voto come nuovi cittadini, con gli stessi diritti e gli stessi doveri.

Questo appuntamento importante va preparato. Occorre che collaborino tante associazioni, sindacati, singoli cittadini, Istituzioni, ma soprattutto i cittadini immigrati più sensibili e più coscienti delle diverse nazionalità presenti nella Piana di Lucca.

Per questo motivo, per preparare in modo operativo questo percorso è convocato un importante incontro a cui invitiamo, in particolare, i cittadini immigrati.

 

No alla criminalizzazione degli immigrati! No al reato di immigrazione clandestina!

No ai CPT! No al prolungamento a 18 mesi di detenzione e all’eliminazione dell’assistenza legale! No a leggi xenofobe e anticostituzionali!

 

Sabato 7 Giugno ore 10 presso la sede dell’ARCI

Via S.Gemma Galgani 46 Lucca

 

 

Primi firmatari: Aimac, Arci, Ass. Mutuo Soccorso Andrea Macchia, Ass. Senegalese Lucca, Ass. Sottosopra, Cgil Zona di Lucca, Gruppo Mani Tese di Lucca

 

 

 

Lucca,13-05-08, cicl in prop. via fillungo 74
postato da: laura56 alle ore 11:35 | Link | commenti
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mercoledì, 28 maggio 2008
Siamo persone – storici, giuristi, antropologi, sociologi, filosofi, operatori culturali– che da tempo si occupano di razzismo. Il nostro vissuto, i nostri studi e la nostra esperienza professionale ci hanno condotto ad analizzare i processi di diffusione del pregiudizio razzista e i meccanismi di attivazione del razzismo di massa. Per questo destano in noi vive preoccupazioni gli avvenimenti di questi giorni – le aggressioni agli insediamenti rom, le deportazioni, i roghi degenerati in veri e propri pogrom – e le gravi misure preannunciate dal governo col pretesto di rispondere alla domanda di sicurezza posta da una parte della cittadinanza. Avvertiamo il pericolo che possa accadere qualcosa di terribile: qualcosa di nuovo ma non di inedito.

La violenza razzista non nasce oggi in Italia. Come nel resto dell’Europa, essa è stata, tra Otto e Novecento, un corollario della modernizzazione del Paese. Negli ultimi decenni è stata alimentata dagli effetti sociali della globalizzazione, a cominciare dall’incremento dei flussi migratori e dalle conseguenze degli enormi differenziali salariali. Con ogni probabilità, nel corso di questi venti anni è stata sottovalutata la gravità di taluni fenomeni. Nonostante ripetuti allarmi, è stato banalizzato il diffondersi di mitologie neo-etniche e si è voluto ignorare il ritorno di ideologie razziste di chiara matrice nazifascista. Ma oggi si rischia un salto di qualità nella misura in cui tendono a saltare i dispositivi di interdizione che hanno sin qui impedito il riaffermarsi di un senso comune razzista e di pratiche razziste di massa.

Gli avvenimenti di questi giorni, spesso amplificati e distorti dalla stampa, rischiano di riabilitare il razzismo come reazione legittima a comportamenti devianti e a minacce reali o presunte. Ma qualora nell’immaginario collettivo il razzismo cessasse di apparire una pratica censurabile per assumere i connotati di un «nuovo diritto», allora davvero varcheremmo una soglia cruciale, al di là della quale potrebbero innescarsi processi non più governabili.

Vorremmo che questo allarme venisse raccolto da tutti, a cominciare dalle più alte cariche dello Stato, dagli amministratori locali, dagli insegnanti e dagli operatori dell’informazione. Non ci interessa in questa sede la polemica politica. Il pericolo ci appare troppo grave, tale da porre a repentaglio le fondamenta stesse della convivenza civile, come già accadde nel secolo scorso – e anche allora i rom furono tra le vittime designate della violenza razzista. Mai come in questi giorni ci è apparso chiaro come avesse ragione Primo Levi nel paventare la possibilità che quell’atroce passato tornasse.

 

 

Marco Aime, Rita Bernardini, Alberto Burgio, Carlo Cartocci, Tullia Catalan, Enzo Collotti, Alessandro Dal Lago, Giuseppe Di Lello, Angelo D’Orsi, Giuseppe, Faso, Mercedes Frias, Gianluca Gabrielli, Clara Gallini, Pupa Garribba, Francesco Germinario, Patrizio Gonnella, Gianfranco Laccone, Maria Immacolata Macioti, Brunello Mantelli, Giovanni Miccoli, Giuseppe Mosconi, Grazia Naletto, Michele Nani, Salvatore Palidda, Marco Perduca, Pier Paolo Poggio, Carlo Postiglione, Enrico Pugliese, Annamaria Rivera, Rossella Ropa, Emilio Santoro, Katia Scannavini, Renate Siebert, Gianfranco Spadaccia, Elena Spinelli, Diacono Todeschini, Nicola Tranfaglia, Fulvio Vassallo Paleologo, Barbara Valmorin, Danilo Zolo.
postato da: laura56 alle ore 14:27 | Link | commenti
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mercoledì, 28 maggio 2008
Sintesi riunione Rete antirazzista del 26 maggio scorso

 

 

 

Carissimi,

la riunione ha approfondito la discussione sull’assemblea del 7 giugno e sul percorso da avviare per l’elezione dal basso di un Consiglio dei migranti nella Piana di Lucca.

 

Si è deciso:

q       Conferma dell’assemblea di sabato 7 giugno con la più ampia partecipazione di associazioni, di migranti, di cittadini per discutere le misure sulla sicurezza e sull’immigrazione decise dal Governo e la necessaria campagna di controinformazione e di opposizione sociale

q       Avvio e precisazione del percorso che ci deve portare entro l’autunno alla elezione del Consiglio dei migranti che oltre alla Piana potrebbe coinvolgere anche la Valle del Serchio.

q       All’assemblea parteciperanno legali di nostra fiducia

q       E’ necessario far circolare il volantino che promuove l’assemblea il più possibile, soprattutto nei luoghi di frequentazione dei migranti.

 

Nei prossimi giorni sentiamoci per verificare insieme i passi avanti nonché le necessità e per definire meglio le proposte da presentare all’assemblea.

 

Un saluto, Bertini.
postato da: laura56 alle ore 11:06 | Link | commenti
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martedì, 27 maggio 2008


IL FENOMENO DELL’IMMIGRAZIONE NELLE SOCIETA’ AVANZATE




  • La planetarizzazione del fenomeno migratorio.



  • La tutela del diritto internazionale.



  • 175 milioni di persone vivono in un paese diverso da quello in cui sono nati.



  • I rifugiati.



  • La condizione degli immigrati nell’Unione Europea.



  • La tratta degli esseri umani e le vittime dell’immigrazione clandestina.



  • Le rimesse degli immigrati per i paesi in via di sviluppo.



  • Le cause dei processi migratori: invecchiamento della popolazione e povertà.



  • Razzismo, xenofobia e immigrazione.



  • Che cosa significa integrazione.



 


La planetarizzazione del fenomeno migratorio


Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Furono ammassati in uno stadio, a decine di migliaia, nell’agosto


1991, donne, uomini e bambini albanesi arrivati nel porto di Bari su navi straboccanti di speranze e di


umanità.


Simbolicamente, quella scena – carica anche della violenza di cui sono capaci, in certe


circostanze, i disperati – rappresenta per l’Italia, e quindi anche per l’Europa, l’accelerazione di


un’immigrazione di massa, che non stenta a terminare, per il semplice motivo che non può terminare,


considerate le condizioni di sottosviluppo e di arretratezza nelle quali vivono quasi i due terzi


dell’umanità.


Per questa umanità, un possibile rifugio, un possibile aggrapparsi alla vita, è rappresentato da


quelle società avanzate che sembrano, nella loro maggioranza, non comprendere la necessità che per


fronteggiare questo fenomeno è indispensabile coltivare un’accoglienza che sia sinonimo di


integrazione, sociale e umana, all’interno dei paesi di arrivo.


Nella Giornata Mondiale dedicata ai Migranti, nel gennaio scorso, Benedetto XVI è intervenuto,


affermando: "Auspico che si giunga presto ad una gestione bilanciata dei flussi migratori e della


mobilità umana in generale, così da portare benefici all'intera famiglia umana, cominciando con misure


concrete che favoriscano l'emigrazione regolare e i ricongiungimenti familiari, con particolare


attenzione per le donne e i minori".


Non esiste al mondo un paese che non sia toccato dai fenomeni migratori, in partenza o in arrivo.


Una previsione precisa delle future tendenze del fenomeno è molto difficile, ma gli studiosi sono


concordi nell’affermare che le migrazioni non faranno che aumentare, che non riusciranno a risolvere i


gravi problemi dell'occupazione e dello sviluppo dei Paesi poveri, e che un consistente aiuto per lo


sviluppo economico e sociale dei suddetti Paesi, unito alla stabilità politica e al rispetto dei diritti umani,


saranno i mezzi per ridurre, in qualche modo, la pressione migratoria.


La planetarizzazione del fenomeno migratorio è accompagnata da mutamenti rapidi e continui


delle direttrici dei flussi. La facilità dei viaggi e delle comunicazioni, l'influsso dei media, i rapidi


cambiamenti sociopolitici fanno spostare in continuazione i lavoratori, tanto che l'immagine prevalente


del futuro, secondo molti studiosi, sarà quella del "lavoratore a contratto": un uomo senza fissa dimora,


prodotto tipico della cultura postmoderna, a cui sembra vietato essere ancorato a strutture solide.


 


La tutela del diritto internazionale


Il 18 dicembre 1990, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione


Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle loro Famiglie, allo


scopo di integrare la normativa esistente promossa dalla Convenzione OIL n. 97 del 1949 e dalla n. 143


del 1975.


La Convenzione ONU, che è entrata in vigore solo il primo luglio 2003, fornisce una definizione


internazionale di "lavoratori migranti" e dei membri delle loro famiglie, stabilendo degli standard


internazionali per il loro trattamento.


La sua importanza, dunque, può essere attribuita al fatto che i lavoratori migranti non sono visti


solo come forza lavoro, ma anche come entità sociali e membri di un nucleo familiare; di conseguenza,


essi sono titolari di diritti fondamentali ed inalienabili.


La Convenzione considera che i lavoratori migranti, non essendo cittadini dello Stato in cui


lavorano, rappresentano una categoria vulnerabile, non protetta e bisognosa di particolare tutela.


Riconosce che la legislazione nazionale dei Paesi di origine o di destinazione spesso non tutela i


diritti dei soggetti in questione: per questo la comunità internazionale, attraverso l'ONU, deve adottare


misure per un’adeguata protezione.


La portata innovativa della Convenzione riguarda il fatto che tutti i lavoratori migranti ed i


membri delle loro famiglie dovrebbero godere dei diritti umani fondamentali a prescindere dal fatto che


siano in possesso o meno dell’autorizzazione prevista dalle rispettive legislazioni nazionali.


Un aspetto che merita senz’altro di essere rilevato è che la Convenzione ONU definisce il


migrante sprovvisto di autorizzazione a soggiornare irregolare e non illegale: tale qualifica, infatti, può


essere attribuita in maniera corretta ed appropriata dall’autorità giudiziaria.


In virtù di ciò, a tutti i lavoratori migranti e ai loro familiari, compresi coloro che si trovano in


situazioni irregolari, sono garantiti i diritti umani (artt. 8-35).


In base al principio di uguaglianza di trattamento con i nazionali e di non discriminazione, essi


godono di una serie di diritti relativi alla vita, ad uguali condizioni di lavoro e di impiego con i nazionali


dello Stato in cui si trovano, ad una libera scelta dell’attività lavorativa, allo spostamento e stabilimento,


alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di culto, alla sicurezza personale.


Sono anche garantiti il diritto alla salute, all’educazione ed alla formazione professionale, al


ricongiungimento familiare ed il diritto a trasferire i loro guadagni, risparmi ed effetti personali alla


scadenza del soggiorno nello Stato d’impiego.


Sono previsti una serie di divieti, volti ad evitare i trattamenti crudeli, inumani o degradanti sul


lavoro, quali la tortura, la schiavitù ed il lavoro forzato, la privazione arbitraria di beni; la detenzione il


trattamento giudiziario arbitrario, la confisca e la distruzione di documenti di identità; l’espulsione


collettiva, la discriminazione sul lavoro ed in materia di previdenza sociale.


 


175 milioni di persone vivono in un paese diverso da quello in cui sono nati


Nel rapporto del Dipartimento affari economici e sociali delle Nazioni Unite – redatto da una


commissione di esperti demografici di 47 paesi – diffuso nei mesi scorsi, si fa una previsione, relativa ai


prossimi anni, sui maggiori destinatari di immigrati stranieri:


Stati Uniti (1,1 milioni all’anno);


Canada (200.000);


Germania (150.000);


Italia (139.000);


Regno Unito (130 mila);


Spagna (120mila);


Australia (100.000).


L’ONU calcola che una persona su 35 vive o lavora in un paese diverso da quello in cui è nato e


che la popolazione immigrata è raddoppiata negli ultimi 35 anni.


Questo vuol dire che 175 milioni di persone risiedono in un paese differente di quello di nascita.


Di questi, il 56,3% lavorano o risiedono nei paesi in via di sviluppo, mentre solo 43,7% dei migranti si


trova nei paesi a sviluppo avanzato; 86 milioni sono gli adulti economicamente attivi e impegnati nel


processo produttivo.


La cifra è raddoppiata negli ultimi 25 anni. Quasi un terzo (56 milioni) degli immigrati vivono in


Europa. Sono gli Stati membri dell’Unione Europea ad impiegare un grande numero di manodopera


straniera per coprire le carenze di alcuni settori produttivi, senza insediamenti definitivi.


Se si tiene presente che nei Paesi in via di sviluppo (PVS) risiede l’85% della popolazione


mondiale, che deve vivere con una media 3.500 dollari pro-capite all’anno, contro 25.600 dollari dei


Paesi ricchi, si capisce anche come in un mondo globalizzato, dove circolano beni, capitali ed


informazioni, è ben difficile pensare di fermare i flussi migratori.


Secondo recenti dati (sempre di fonte ONU), il differenziale demografico tra Africa ed Europa è


di oltre 5 punti percentuali, un gap storicamente tra i più grandi. In termini numerici questo significa che


tra il 2000 ed il 2020 sono stati ipotizzati 50 milioni di persone in piú (in etá tra i 20 ed i 40 anni)


nell’Africa del Nord e ben 120 milioni in piú nell’Africa Subsahariana. In Europa, ancora oggi sono


polo di attrazione forte paesi come la Germania, la Francia, il Regno Unito, l’Ucraina e Italia.


I rifugiati


All’interno del fenomeno immigrazione, ma con specificità propria, c’è anche la problematica


dei rifugiati, per l’84,8% concentrati nei paesi in via di sviluppo ove vi è un rifugiato ogni sette


migranti, mentre nei PSA vi è un rifugiato ogni trentuno migranti. Il continente che ospita il maggior


numero di rifugiati è l’Asia (9.187 pari al 60% del totale), seguito dall’Africa e dall’Europa.


Nel giugno scorso, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha


annunciato che nel 2006 il numero di rifugiati nel mondo è aumentato per la prima volta dal 2002,


principalmente a causa della situazione di crisi in Iraq.


Si è registrato un aumento del 14% di rifugiati di competenza dell’Agenzia. Nel corso del 2006,


è aumentato anche il numero di sfollati interni protetti o assistiti dall’agenzia, passando da 6,6 a 12,9


milioni. Il numero di rifugiati iracheni sarebbe almeno di 2,2 milioni nei soli paesi della regione. Sono


esclusi i rifugiati palestinesi (circa 4,3 milioni) che si trovano in Giordania, Libano, Siria e nei Territori


Palestinesi Occupati, di competenza di un’altra agenzia, che sommati, danno un totale di oltre 14 milioni


di persone.


 


La condizione degli immigrati nell’Unione Europea


In base ai dati del Rapporto annuale Caritas-Migrantes sull’immigrazione, presentato il 30


ottobre scorso, nell’UE a 27, un’area con circa mezzo miliardo di persone, gli immigrati con


cittadinanza straniera sono circa 28 milioni (inizio 2006), ma si arriva a circa 50 milioni se si includono


quanti nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza. Questa presenza è destinata ad aumentare, stando


alle previsioni che tengono conto delle esigenze demografiche e occupazionali. Tra gli elementi chiave


dell’unificazione europea è inclusa anche la libera circolazione dei lavoratori e, pertanto, il fenomeno


migratorio ha segnato l’Europa unita nell’arco di tutta la sua storia.


L’Unione Europea si presenta così come un’area ad alta concentrazione di immigrati, la cui


presenza costituisce una necessità demografica, perché il Vecchio continente, anche se è prevista


un’immigrazione netta di 40 milioni di persone, nel 2050 vedrà comunque diminuire di 7 milioni di


unità la popolazione nel suo complesso e di 52 milioni di unità la popolazione in età da lavoro.


L’incidenza degli immigrati è del 5,6% sulla popolazione complessiva, con variazioni notevoli:


lo 0,5% nei due nuovi paesi membri (Romania e Bulgaria), tra il 4% e l’8% negli Stati dell’Unione a 15.


Sono rilevanti le concentrazioni in alcune regioni: in Francia il 40% degli stranieri vive nell’area


parigina, dove un residente su otto è cittadino straniero; nel Regno Unito oltre un terzo della


popolazione straniera risiede nell’area metropolitana di Londra; in Spagna circa la metà degli immigrati


si è insediata a Madrid e nella Catalogna. In Italia, invece, è più marcata la diffusione territoriale e solo


un quinto degli immigrati si trova nelle province di Milano e di


Roma.


Nei paesi di vecchia immigrazione la presenza degli immigrati è rimasta stabile, o è leggermente


diminuita come in Germania, mentre nei paesi di nuova immigrazione (quelli mediterranei) essa è


andata aumentando.


I due terzi della popolazione immigrata sono costituiti da non comunitari: il 32% da europei non


UE (in gran parte russi, turchi e balcanici), il 22% da africani (di cui due terzi provenienti dalle regioni


settentrionali), il 16% da asiatici (equamente distribuiti tra immigrati dell’Estremo Oriente, Cina in


testa, e del subcontinente indiano) e il 15% da americani (in gran parte latinoamericani).


Non vengono più registrati come immigrati le centinaia di migliaia di stranieri che ogni anno


ottengono la cittadinanza del paese di residenza (nel 2005, 162 mila nel Regno Unito, 150 mila in


Francia, 117 mila in Germania e 29 mila in Italia), con incidenze differenziate sull’insieme della


popolazione straniera soggiornante (5,7% nel Regno Unito, 1,6% in Germania e meno dell’1% in Italia).


Quando si parla di presenza immigrata bisognerebbe tenere presenti anche queste persone, nate


all’estero e diventate cittadine (in Gran Bretagna sono il doppio rispetto ai 3 milioni di cittadini


stranieri), come anche le seconde e le terze generazioni nate sul posto.


Per quanto riguarda l’Italia, nel 2006, allo sforzo di raddoppiare le quote annuali di


lavoratori provenienti dall’estero (portate a 170.000) hanno fatto seguito domande di assunzione tre


volte più ampie, evidenziando le carenze dei meccanismi di incontro tra domanda e offerta. Da anni si


continua a presupporre che i lavoratori stranieri da assumere aspettino dall’estero la loro


chiamata, mentre è risaputo che, in attesa di essere ufficialmente assunti, essi già hanno iniziato a


lavorare in Italia. Le 540 mila domande di assunzione presentate hanno reso necessaria l’emanazione di


un secondo decreto flussi, che ha disposto ulteriori 350.000 ingressi.


Per quanto riguarda i paesi di origine di questi lavoratori, al primo posto della graduatoria


troviamo la Romania (oltre 130.000 domande), seguita a grande distanza da Marocco (50.000


domande), Ucraina e Moldavia (35.000 domande ciascuno), Albania (30.000), Cina (27.000),


Bangladesh (20.000 domande). Chiudono la serie dei primi 10 paesi, l’India, e, allo stesso livello


numerico, lo Sri Lanka e la Tunisia, che registrano il primo 13.000 e gli altri due paesi circa


10.000 domande.


I flussi irregolari sono un problema di dimensione europea. L’intensità dei flussi irregolari può


essere favorita, in Europa, oltre che dalla posizione geografica, anche da altre cause:


quote di ingresso non adeguate, scarsa praticabilità dei percorsi stabiliti per l’inserimento legale e per


l’incontro tra datori di lavoro e persone da assumere, diffusione dell’area del lavoro nero e precarirtà


dello status di regolari. L’area dell’irregolarità, quando è troppo estesa, rende la società meno


disponibile all’accoglienza e perciò è indispensabile un’analisi senza pregiudizi che riesca a individuare


le piste praticabili per il suo ridimensionamento.


Di seguito, la situazione degli immigrati irregolari nell’UE (è indicata anche la percentuale


rispetto al totale della popolazione del paese:


Austria 814.100 (9,8);


Germania (2004) 7.287.900 (8,8);


Polonia (2001) 700.300 (1,8);


Belgio 900.500 (8,6);


Grecia (2003) 891.200 (8,1);


Portogallo 432.000 (4,1);


Bulgaria (2000) 25.600 (0,3);


Irlanda 314.100 (7,4);


Regno Un. (2004) 3.066.100 (5,2);


Rep. Ceca 258.400 (2,5);


Italia 2.286.000 (3,9);


Romania 25.900 (0,1);


Cipro (2004) 98.100 (13,1);


Lettonia 456.800 (19,9);


Slovacchia 25.600 (0,5);


Danimarca 270.100 (5,0);


Lituania 32.900 (1,0);


Slovenia 48.900 (2,4);


Estonia (1999) 274.300 (20,0);


Lussemburgo 181.800 (39,6);


Spagna 4.002.500 (9,1);


Finlandia 113.900 (2,2);


Malta (2004) 11.900 (3,0);


Svezia 479.900 (5,3);


Francia (1999) 3.263.200 (5,6);


Paesi Bassi 691.400 (4,2);


Ungheria 156.200 (1,5).


L’Agenzia Europea Eurofond per la Sicurezza e la Salute e sul Lavoro ha analizzato in un


Rapporto le condizioni di lavoro degli immigrati legali nell’Unione Europea. L’espansione del settore


dei servizi e l’aumento dei lavori altamente qualificati hanno consentito agli immigrati di entrare


facilmente nel mercato del lavoro accettando quegli impieghi poco qualificati o pericolosi –come nel


settore dell’edilizia e delle costruzioni - che gli europei non vogliono più svolgere.


In base ai dati del rapporto, la categoria più svantaggiata è quella delle donne. Le donne soffrono


di doppia o addirittura tripla discriminazione, dovuta al sesso, all’origine e alla classe. Impiegate nel


settore sanitario e sociale conoscono poca opportunità di carriera e promozione, nonostante la loro


importanza nel flusso migratorio.


Un altro gruppo che fatica a trovare lavoro nei Paesi Europei sono gli immigrati islamici. I


pregiudizi e i sospetti legati agli avvenimenti degli ultimi anni non li aiutano ad essere assunti da


nessuna parte.


Il Rapporto evidenzia anche che i lavoratori stranieri, nonostante rappresentino un segmento


vulnerabile della forza lavoro, sono spesso poco rappresentati dalle associazioni sindacali. E’ il caso di


Danimarca, Ungheria, Polonia e Regno Unito, dove i lavoratori tendono a concentrarsi nel settore


privato invece che nel pubblico. A differenza di Italia e Cipro, dove invece sono impiegati soprattutto


nel settore dell’industriale e dell’edilizia, da sempre molto sindacalizzati, e costituiscono una forte


presenza nelle associazioni di categoria. In Irlanda, Lussemburgo e Spagna, le associazioni sindacali


hanno promosso campagne pubbliche per incoraggiare la sindacalizzazione dei lavoratori stranieri e per


far conoscere meglio i loro diritti sul luogo di lavoro.


Secondo recenti valutazioni dell’Ufficio del commissario UE responsabile del portafoglio


Giustizia, Libertà e Sicurezza, Franco Frattini, gli immigrati irregolari nell'UE sarebbero fra i 4,5 e gli 8


milioni, con un aumento stimato fra i 350.000 e i 500.000 all'anno.


Si calcola che fra il 7% e il 16% del PIL dell'UE provenga dall'economia sommersa, anche se


non interamente dal lavoro dei clandestini. L'edilizia, l'agricoltura, i lavori domestici, i servizi di pulizia,


di catering e altri servizi alberghieri sono i settori economici più inclini al ricorso al lavoro sommerso in


generale, e di particolare interesse per gli immigrati irregolari.


L’Ufficio del Commissario stima che siano tra i 3 e i 4mila ogni anno i morti tra gli immigrati


clandestini, vittime di viaggi tragici, che intraprendono per raggiungere i paesi dell’Unione europea.


Gli Stati membri prevedono già sanzioni per lottare contro il lavoro illegale, che però variano sia


per severità che per modalità di applicazione, e l'esperienza mostra che i sistemi esistenti non hanno


permesso di ottenere l'effetto voluto.


Nell'Unione Europea vi sono attualmente 22 milioni di imprese legalmente stabilite.


Le verifiche dei registri del personale sono rare: nel 2006 ne è stato controllato poco più del 2%.


Secondo la proposta presentata dal Commissario Frattini, i datori di lavoro, prima di assumere un


cittadino di un paese terzo, dovranno effettuare una serie di accertamenti e inviare una notifica


all'autorità nazionale competente. Chi non potrà dimostrare di essersi attenuto a questi obblighi sarà


passibile di multe e di altri provvedimenti amministrativi. Gli Stati membri dovranno prevedere sanzioni


penali in quattro casi gravi: violazioni ripetute, impiego di un numero elevato di immigrati irregolari,


sfruttamento e consapevolezza che il lavoratore è vittima della tratta di esseri umani.


Gli immigrati illegali, in effetti, sono spesso attratti verso l'Unione europea dalla possibilità di


trovare un impiego e dalla prospettiva di una vita migliore, ma alla fine si scontrano spesso con la dura


realtà dello sfruttamento e con condizioni di lavoro di quasi schiavitù (assenza totale di protezione nei


cantieri edili o per l’uso di pesticidi pericolosi; giornate di lavoro di 12 fino a 16 ore, a volte per appena


30 euro).


 


La tratta degli esseri umani e le vittime dell’immigrazione clandestina


Esiste un’indubbia connessione tra il fenomeno dell’immigrazione legale, quella clandestina e la


tratta degli esseri umani.


Secondo dati del Parlamento europeo, delle 600.000 - 800.000 persone vittime ogni anno della


tratta internazionale di esseri umani, questa forma moderna di schiavitù, circa l'80% sono donne e


ragazze e circa il 50% sono minori. Nella sola Unione europea sono vittime 100.000 donne ogni anno.


La maggioranza delle vittime di questo traffico internazionale è destinata allo sfruttamento sessuale a


fini commerciali.


Altro fenomeno connesso a quello dell’immigrazione legale, è quello che deriva dalle vittime


dell’immigrazione clandestina. L’Osservatorio Fortress Europe, diretto da Gabriele Del Grande, ha


censito, in base ad informazioni provenienti dai media, che dal 1988 sono rimaste vittime


dell’immigrazione clandestina che aveva come distinazione i paesi europei, almeno 5.856 persone,


1.949 delle quali disperse in mare.


Un miliardo e 820 milioni di euro: questa la cifra spalmata sui prossimi sette anni per il controllo


delle frontiere esterne dell’Unione europea.


Si tratta di quasi la metà delle risorse destinate al capitolo immigrazione nel bilancio approvato


dal Parlamento europeo. Nella partita rientra anche Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle


frontiere, il cui bilancio per il 2007 è stato raddoppiato a 340 milioni di euro, con l’obiettivo dichiarato


di creare un sistema permanente di pattugliamento della costa sud dell’Europa.


 


Le rimesse degli immigrati per i paesi in via di sviluppo


Secondo un rapporto della Banca Mondiale del 2005, l’ammontare del denaro che ogni mese i


lavoratori immigrati spediscono ai loro familiari nel mondo in via di sviluppo, è pari a 126 miliardi di


dollari (circa 97 miliardi di euro) nel 2004 e tende a crescere nell'ordine del 10 per cento ogni anno.


Rappresenta il doppio del totale di tutti gli aiuti pubblici dei paesi industrializzati verso l'Africa, l'Asia e


l'America Latina e coinvolge in tutto il mondo più di mezzo miliardo di famiglie.


I dati sono stimati per difetto, perché sia la Banca Mondiale che il Fondo monetario tengono conto


soprattutto dei trasferimenti fatti per le vie tradizionali, attraverso le banche o le agenzie money transfer,


mentre una parte dei soldi, viaggia da un continente all'altro, in molte altre forme, tanto che, fonti meno


ufficiali sostengono che il totale delle rimesse sia almeno il doppio di quello rilevato dalla Banca


Mondiale e dalle agenzie dell'Onu.


Si tratta, a ben vedere, di un affare internazionale, se si pensa che solo una money transfer


come la Western Union ha 170mila agenzie per il trasferimento di denaro in 190 paesi del mondo, e di


una fonte insostituibile di reddito per i paesi che le ricevono. In Nicaragua e in Salvador, ad esempio, le


rimesse rappresentano ormai più del 20 percento del Pil e ci sono intere città che, nei due paesi, esistono


solo grazie ai soldi che inviano i familiari dall'estero.


La lista dei paesi dai quali escono i dollari delle rimesse vede naturalmente in testa gli Stati Uniti


che hanno ormai superato la cifra record di 30 miliardi di dollari all'anno, la metà dei quali finisce in


Messico. Al secondo posto c'è l'Arabia Saudita, dalla quale diretti nelle Filippine o in Bangladesh,


escono più di 15 miliardi di dollari all'anno. Tra gli europei, al primo posto c'è la Germania (8,1


miliardi), con Belgio, Lussemburgo, Svizzera e Francia (3,9 miliardi).


 


Le cause dei processi migratori: invecchiamento della popolazione e povertà


Le previsioni indicano che nel 2050 la popolazione mondiale potrebbe raggiungere un livello


variabile, in relazione al tasso di crescita preso a riferimento, tra i 7,4 e i 10,6 di miliardi di persone.


Per quella data, gli abitanti del pianeta saranno aumentati del 50% rispetto ad oggi, con un


incremento maggiore (80,3%) per i cosiddetti paesi in via di sviluppo (PVS). La metà dell’aumento


mondiale della popolazione, che si verificherà nel periodo 2000/2050, stimata in 2,9 miliardi, si


concentrerà in quattro paesi asiatici (India, Pakistan, Bangladesh e Cina) e in tre paesi africani (Nigeria,


Etiopia, Repubblica Democratica del Congo).


Nei paesi a sviluppo avanzato, la riduzione del tasso di fertilità e l’aumento dell’aspettativa di


vita produrranno - per effetto dell’incidenza degli over sessanta e dell’età media – sia l’invecchiamento


sia una riduzione della popolazione.


Parte dei sette paesi maggiormente sottosviluppati (PMS) avranno nel 2050 una popolazione


giovanissima, con una età media di 23 anni (Angola, Burkina Faso, Mali, Niger, Somalia, Uganda,


Yemen), mentre diciassette paesi a sviluppo avanzato (PSA) avranno una popolazione con una età


media superiore ai 50 anni. Tra questi, l’Italia, con 52 anni, superata solo da Giappone, Lettonia, e


Slovenia con 53 anni.


L’invecchiamento della popolazione - senza precedenti nella storia dell’umanità - porrà problemi


nuovi, rispetto ai quali non esistono ancora una cultura e un vissuto consolidato su cui fare affidamento.


Basti pensare che i demografi calcolano che nel 2050 il peso percentuale degli anziani sulla popolazione


mondiale sarà del 20,1%, mentre quello dei giovani sarà del 21,4%. Nei prossimi 25 anni,


l’invecchiamento determinerà in Europa una crescita della popolazione anziana ad un ritmo più elevato


degli altri gruppi di età.


Molti osservatori sottolineano che l’immigrazione rappresenterà la componente principale dei


cambiamenti demografici in buona parte del mondo industrializzato. Questo perché, da un lato, la


popolazione in età lavorativa dovrebbe scendere dagli attuali 303 milioni a 297 milioni entro il 2020 e


successivamente a 280 milioni entro il 2030 e, dall’altro, il tasso di dipendenza della popolazione


anziana dovrebbe quasi raddoppiare. Le conseguenze su tassi di occupazione (oggi già non ottimali) e su


crescita economica sono facilmente immaginabili.


Altra componente fondamentale che attiva il processo migratorio è rappresentata dalla povertà: Il


18% della popolazione (Europa ed America settentrionale) detiene la metà della ricchezza mondiale


mentre il 60% (Asia) detiene solo il 35%; In Cina il PIL pro capite è di 4.428 dollari e in India è di


2.589. Sopravvivono con una media di 6 dollari al giorno 2,4 miliardi di persone dei paesi dell’Asia


Centro Meridionale e dell’Africa.


La distribuzione continentale del PIL in relazione alla popolazione è vantaggiosa per l’Oceania,


l’Europa Centro Orientale e soprattutto per alcuni paesi europei quali Svizzera e Norvegia ed è


svantaggiosa per l’America Centro Meridionale, l’Asia Occidentale e l’intera Africa, continente più


povero del pianeta. Appare, inoltre, particolarmente sproporzionata la situazione dell’Asia Centro


Meridionale dove il 24% della popolazione mondiale ha a disposizione solo il 3,4% del PIL ed ha un


reddito pro capite pari a 924 dollari.


Questi dati avvalorano la denuncia di James Wolfensohn, già Presidente della Banca Mondiale,


in merito ai sussidi all’agricoltura dell’UE per effetto dei quali "un allevatore ha a disposizione per ogni


mucca europea 5 dollari al giorno mentre la metà della popolazione mondiale sopravvive con meno di


due dollari al giorno".


Sempre citando i dati della Banca Mondiale, i sussidi alla agricoltura programmati negli USA e


nell’UE hanno raggiunto i 350 miliardi di dollari contro i 50 destinati per incentivare lo sviluppo


economico dei popoli più poveri.


Sopraproduzione agroalimentare, sperpero di risorse pubbliche, ingerenze di forze malavitose


nella gestione delle risorse pubbliche, guasti ambientali ed ecologici derivanti dall’uso smodato della


chimica e dello sfruttamento intensivo dei terreni e delle risorse non rinnovabili (quale l’acqua),


concorrenza sleale con la debole produzione agricole dei PVS, sono aspetti di questo modello di


sviluppo che concorre a determinare ipernutrizione nei paesi del Nord e fame nel Sud del mondo.


 


Razzismo, xenofobia e immigrazione


Secondo l’ultimo rapporto del Centro europeo di monitoraggio su razzismo e xenofobia, in


Europa solo la Gran Bretagna e la Finlandia hanno sistemi "comprensivi" in grado di riferire episodi di


violenza razzista, raccogliendo dettagli sulle vittime e sui luoghi in cui si sono verificati gli incidenti,


mentre Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta non dispongono di alcun dato ufficiale sulla violenza


razzista. "Il risultato è che le minoranze etniche possono subire discriminazioni senza che ci sia una


risposta adeguata da parte dello Stato", dice Beate Winckler, direttrice del Centro. In Gran Bretagna si


sono verificati 60.000 episodi di razzismo tra l'aprile 2004 e il marzo 2005. Le autorità tedesche hanno


registrato 15,914 crimini legati alla xenofobia nel 2005, mentre la Francia ha denunciato 974 incidenti


dovuti a pregiudizi razziali. Il rapporto evidenzia come la Danimarca abbia assistito all'aumento più


spiccato del fenomeno, passando da 36 episodi nel 2004 a 81 nel 2005, con una crescita del 69%.


I bersagli della discriminazione, della segregazione e degli attacchi razzisti sono soprattutto gli 8


milioni di rom e di gitani presenti in Europa. I rom sono «specialmente vulnerabili» alle politiche di


segregazione, in particolare per quanto riguarda l'istruzione. L'osservatorio evidenzia come nella


Repubblica Ceca, in Slovacchia e in Ungheria sia consentita l'esclusione dei bambini rom dal sistema


scolastico normale. In aumento anche gli attacchi fisici e verbali nei confronti dei musulmani, secondo


quanto riferiscono rapporti non governativi, mentre continuano a verificarsi anche episodi di


antisemitismo.


In aumento anche i problemi legati al mondo del lavoro, dove il tasso di disoccupazione delle


minoranze etniche è "significativamente più alto" in Belgio, Danimarca, Germania, Estonia, Lituania e


Finlandia. Il rapporto evidenzia le difficili condizioni abitative di alcuni gruppi etnici e degli immigrati.


«Anche se è illegale in tutti gli Stati membri dell'Unione europea, gli annunci per le case formulati in


modo tale da rifiutare esplicitamente gli stranieri possono ancora essere trovati in alcuni Stati membri»,


come Italia, Francia, Spagna, si legge. Talvolta in Belgio i proprietari di appartamenti rifiutano di


affittare a persone con cognomi stranieri, così come in Italia, Danimarca, Francia e Finlandia.


Il rapporto, infine, cita i due principali episodi del 2005 che hanno messo in evidenza l'esclusione


e la discriminazione che si respirano in Europa. Il primo riguarda le sommosse nelle 'banlieues' parigine


di ottobre e novembre 2005 da parte di giovani arabi e musulmani, dovute ai decenni di esclusione sul


lavoro e nelle città e dalla complessiva alienazione dalla società civile. Secondo l'Osservatorio europeo,


si tratta di episodi che mostrano l'urgente bisogno di far fronte alla discriminazione. Il secondo caso è


quello degli attentati alla metropolitana di Londra del luglio 2005. Il rapporto elogia "la posizione


forte" assunta dalle autorità politiche e religiose britanniche, che hanno condannato gli attacchi e hanno


evitato il diffondersi di "crimini di odio religioso".


 


Che cosa significa integrazione


Nella ricerca a cura di Olga Rymkevitch e Silvia Spattini per il Centro Studi Internazionali e


comparati dell’Università di Bologna, intitolata "L’integrazione degli Immigrati: verso un quadro


comune a livello di unione europea", si sostiene che il contributo potenziale che gli immigrati possono


apportare all’Europa non è ancora pienamente sviluppato.


Il tasso di occupazione dei cittadini di paesi terzi, ovvero il 52,7%, è significamene più basso di


quello dei cittadini dell’Unione Europea, attestato al 64,4% .


I migranti sono maggiormente presenti nei settori occupazionali più rischiosi, nel lavoro


sommerso di bassa qualità e nei segmenti di popolazione particolarmente esposti a rischi sanitari e


all’esclusione sociale. Infatti, il tasso di disoccupati altamente specializzati tra gli immigrati è più basso


rispetto a quello dei cittadini dell’Unione europea, mentre i disoccupati tra i cittadini dell’Unione


Europea con scarse qualifiche professionali a volte superano il numero di immigrati disoccupati.


Questo si spiega in virtù del fatto che i migranti istruiti e qualificati non hanno spesso la capacità


di trovare un’occupazione che corrisponda alle loro specifiche qualifiche, hanno difficoltà nel processo


di riconoscimento dei loro diplomi o equipollenze di altri titoli, e devono, di conseguenza, accettare


lavori che non presuppongono qualifiche professionali e scarsamente retribuiti. Mentre, per quanto


riguarda gli occupati con scarsa preparazione, professionale, a volte hanno più possibilità di trovare un


impiego perché i lavoratori nazionali rifiutano di esercitare alcune tipologie di impiego.


In generale, il tasso di disoccupazione dei migranti è quasi raddoppiato rispetto ai cittadini


dell’Unione Europea. Il divario più grande a sfavore degli immigrati dei paesi terzi si è verificato in


Belgio, Francia, Finlandia e Svezia. Questi soggetti risultano essere particolarmente vulnerabili verso i


ribassi ciclici in quanto molti sono occupati con contratti a termine (il 20% contro il 13 % dei cittadini


della Unione Europea). In molti paesi gli immigrati percepiscono retribuzioni inferiori.


Il concetto di cittadinanza è di centrale importanza per la successiva fase integrativa, in quanto


potrebbe stimolare il senso di appartenenza alla vita civile e, inoltre, conferisce la piena fruizione dei


diritti civili, anche se la Commissione giustamente riconosce "che l’acquisizione della nazionalità è un


mezzo per agevolare l’integrazione, seppure questa non debba diventare il fine ultimo del processo di


integrazione e non sia in grado di risolvere di per sé le questioni legate all’esclusione sociale e alla


discriminazione".


La concessione della cittadinanza è riservata oggi alle pratiche nazionali, che variano da paese a


paese (per il riconoscimento dei titoli di studio, il tutto è affidato agli accordi bilaterali), anche se


generalmente si basano sulla durata del soggiorno nel territorio del paese ospitante.


Per assicurare l’effettiva integrazione degli immigrati e il principio di non discriminazione, nel


caso in cui un immigrato non ha ancora acquisito la cittadinanza, la Commissione ha introdotto il


concetto di cittadinanza civile, che rappresenta "un nucleo comune di diritti e doveri fondamentali che il


migrante acquisisce gradualmente nel corso di un certo numero di anni, in modo da garantire che


questi goda dello stesso trattamento concesso ai cittadini del paese ospitante, anche quando non sia


naturalizzato."


Il concetto di cittadinanza civile presenta un ulteriore elemento rilevante, vale a dire la


possibilità di agevolare la partecipazione alla vita politica, la quale rappresenta un elemento critico per


alcuni paesi. Nonostante le resistenze di alcuni stati membri, alcuni paesi già concedono il diritto di


voto.


Si può distinguere tra due principali modelli dei programmi nazionali di integrazione.


La prima è volta ad accogliere gli immigrati arrivati in seguito al ricongiungimento familiare o


per motivi umanitari. Essa, dunque, non è legata alla necessità di offrire possibilità d’impiego o non


implica la conoscenza linguistica del paese ospitante. È evidente che questo modello è diffuso nei paesi


con un sistema di previdenza sociale altamente sviluppato.


Il secondo modello è, invece, mirato ad assicurare servizi primari, come le strutture alloggiative


e l’accesso ai servizi sanitari per gli immigrati per motivi di lavoro.


L’obiettivo di entrambi è quello di rendere gli immigrati economicamente autonomi nonché di


promuovere la loro partecipazione al mondo del lavoro, sociale e culturale.


In particolare molti paesi attuano politiche di integrazione linguistica, attraverso corsi di lingua e


di cultura del paese ospitante, in quanto si ritiene che la scarsa conoscenza della lingua costituisca uno


dei fattori inibenti l’integrazione nel mercato del lavoro, ma anche nella società civile, con il connesso


rischio di una completa esclusione sociale.