di Mario Ciancarella
LA BANALITA’ DEL MALE
LUCCA E LA LOTTA AI KEBAB
Cosi’ titolava (La banalita’ del male) Annah Harendt il suo celebre reportage sul processo ad Eichman che si svolse in Israele dopo la cattura del criminale nazista in Argentina.
Molti passaggi delle sue riflessioni sono davvero illuminanti sulla facilita’ della progressiva deriva di anime candide e di normali cittadini, verso la ferocia di una organizzazione asettica ed acritica del genocidio ebraico, ma oltre quello di ogni altro possibile percorso genocida e criminale. La Arendt ci ha suggerito ed insegnato come sia necessario saper riconoscere il male gia’ nell’insorgenza dei suoi germi iniziali e non nella sola esplosione delle sue forme estreme se vogliamo sperare di poterne evitare la rinnovazione. Non sembra che quella lezione sia stata ben metabolizzata.
Non me ne vogliate allora se, partendo da quel pensiero su una immane tragedia consumata, io possa giungere ad alcune riflessioni sulla attualita’ della nostra citta’ e sulle prospettive micidiali delle scelte politico sociali ed amministrative degli ultimi giorni. Perche’, ad essere onesti, la Shoah ha potuto realizzarsi nelle sue forme estreme e finali solo attraverso un percorso che era partito venti anni prima con le affermazioni del “Mein Kampf” di Hitler con cui si sosteneva la necessita’ di salvaguardare e tutelare la razza ariana, i suoi interessi commerciali e finanziari e la propria identita’ culturale storica e sociale contro la presunta invasione destabilizzante degli ebrei che ne avrebbero minacciato gravemente la economia, la cultura e l’identita’ stessa.
Come non pensare infatti a quanto sta accadendo in Lucca, con le prime restrizioni negazioniste del libero commercio e del libero mercato etnico, all’interno delle mura?
Che strana incoerenza e’ mai questa di una societa’ che si pretende debba essere regolata solo dal libero mercato (con la esautorazione di ogni intervento politico di indirizzo e controllo), se poi la politica, le amministrazioni e la societa’ civile invocano un sistema di autarchie e di culture repressive ed esclusivamente poliziesche non solo per la repressione del crimine ma anche a difesa della identita’ propria e dei suoi caratteristici prodotti agroalimentari?
Dove finisce la capacita’ di autoregolamentazione di questo mercato a cui abbiamo affidato fatalisticamente le nostre sorti (vedi casi Parmalat e Banche), se poi si pretende di entrare cosi’ pesantemente nel condizionarne modalita’ ed esiti, ma solo in settori non primari della vita economica e finanziaria? E perche’ la politica dovrebbe interferire solo con certe specifiche tipologie economiche e non con altre?
Ad esempio perche’ si ritiene lecito caricare i gestori dei locali autorizzati alla vendita di prodotti da asporto (pizze, panini e quant’altro) del dove (all’esterno del locale) e come (lasciando rifiuti o eccedendo in schiamazzi) i loro clienti consumino poi i cibi acquistati all’interno, e non si ritiene invece e contemporaneamente di considerare responsabili direttamente altri - i gestori delle discoteche, ad esempio - per le morti dei nostri giovani che pur avvengano al di fuori dei loro locali, ma per alcolici consumati all’interno o per le droghe acquistate proprio all’interno di quelle discoteche (e purtroppo non e’ necessario andare troppo lontano nel tempo e nello spazio per avere coscienza di simili crimini) dove gli spacciatori godono una non dichiarata, ma concreta e costante, mimetizzazione e protezione, piuttosto che doversi rischiare allo spaccio nei liberi spiazzi antistanti ai locali?
Cosi’ la nostra societa’ sembra tendere a costruirsi come una entita’ di soli chirurghi, capaci di intervenire invasivamente sui problemi della societa’, avendo rinunciato a costruire percorsi e costruire strumenti che ne possano condizionare un diverso modo di convivenza sociale e pacifica.
E’ sciocco affermare, come alcuni fanno, che gli amministratori sarebbero ipocriti, perche’ nasconderebbero dietro questi provvedimenti un reale razzismo xenofobo. “Meglio sarebbe – dicono costoro – se avessero il coraggio di ammetterlo e di dichiarare semplicemente ed apertamente guerra agli stranieri”.
E’ sciocco perche’ cosi’ si immagina ancora una volta che ogni tipo di guerra, come ogni espressione estrema e violenta di conflitto (quindi anche la persecuzione razziale), non sia la conseguenza finale di un percorso nato da germi patogeni perfettamente intelleggibili, ma solo una forma improvvisa di follia, fino a quel punto mimetizzata e non riconoscibile.
No, amici miei, e’ proprio in queste forme minimali e mimetizzate che dobbiamo essere in grado di riconoscere e denunciare la natura oggettiva ed innegabile, e quindi non ipocrita, del male del razzismo xenofobo e non vergognarci di dichiararlo apertamente, se abbiamo a cuore la speranza di saper individuare una giusta terapia. Questo comporta certamente di dover pagare dei prezzi di emarginazione e di accuse le piu’ varie, dal lassismo etico all’estremismo ideologico e massimalista.
Ma di fronte a simili scelte politiche e sociali dobbiamo avere il coraggio di parlare apertamente di razzismo nella pienezza della sua natura, anche se nella prima genesi della sua espressivita’, per poter rimettere in discussione totalmente i disvalori su cui stiamo costruendo un futuro incerto e preoccupante.
Non meravigliamoci infatti quando un indigeno o un immigrato arrivasse alla violenza dello stupro su una donna, se non abbiamo saputo indignarci per una societa’ che della donna ha fatto e fa solo merce di piacere, banalizzandone in ogni circostanza la specificita’ di genere, la potenzialita’ e ricchezza della sua diversita’ senza che questo impedisca di essere orgogliosi di una maschilita’ che si lasciasse educare alla accoglienza della alterita’. Le pubblicita’ che si dice attraggano infatti i migranti non sono solo quelle di un mondo agiato e colmo di possibilita’ economiche, ma anche di un mondo privo di ogni inibizione sessuale o di ogni criterio di umanita’ e rispetto nei rapporti interpersonali e sollecita tutti gli istinti peggiori della belva che dorme in ciascuno di noi. Ecco perche’ le dichiarazioni di un premier che sarebbe necessario avere tanti poliziotti quante sono le donne belle del nostro Paese non sono semplicemente espressione di una volgarita’ congenita allo specifico personaggio, ma disegnano ed esplicitano una cultura per cui ogni donna bella e’, deve essere ed e’ normale che sia, ordinariamente esposta al desiderio unilaterale di possesso dell’uomo maschio.
Se c’e’ una possibilita’ di salvezza da una simile cultura devastante di negazione di uguaglianza, di pari dignita’ nei diritti e nei doveri, di responsabilita’ personale e di accoglienza tollerante e rispettosa dell’altro diverso da noi, essa risiede nella nostra capacita’ di creare culture alternative alla attuale societa’, ai suoi modelli di sviluppo e di convivenza sociale. Culture che pongano la Persona Umana al centro della nostra attenzione e della nostra ricerca di percorsi di educazione e coeducazione a valori e comportamenti davvero alternativi all’attuale desolante scenario di lotta e selezione della razza in base all’unico criterio della forza ed alla rivendicazione di ancestrali e pertanto false superiorita’ genetiche e culturali.
Saper diagnosticare un male, con crudezza ma precisione, analizzando con severita’ i suoi sintomi piu’ latenti, significa essere in grado di capirne e prevederne con certezza l’evoluzione e gli approdi estremi e poter sperare di sapere costruire gli antidoti necessari.
Di Lucca e delle sue recenti scelte ed orientamenti sociali, amministrativi e politici va detto dunque con molta semplicita’ e serenita’, senza alzare i toni della voce e senza isterismi che siamo di fronte alla espressione larvata ed insidiosa del peggiore razzismo xenofobo. Se questo ci portera’ tra vent’anni a nuove Soluzioni Finali attraverso lager e forni (condivise o considerate condivisibili da tutto un popolo come lo furono indubitabilmente per tutto il popolo tedesco), contro nuovi popoli ed etnie non lo sappiamo con certezza, ma sappiamo che quali siano le forme estreme di questo rinnovato cammino di imbarbarimento esso ha un solo nome: “RAZZISMO”, e della peggior specie. Quello che si ammanta di sentimenti di patriottismo e di valori di difesa culturale e di sicurezza sociale ed economica come nella migliore tradizione nazista. Il Mein Kampf e La Banalita’ del male sono li’ a ricordarci che possiamo e dovremmo fare scelte non equivoche per non essere alla fine sorpresi dagli approdi della nefandezza o dalla condanna del Mondo Civile, quando avesse avuto di nuovo la forza di sconfiggere ancora la strisciante ideologia neonazista che sta attecchendo tra noi tutti.
Perche’ allora non organizzare ora, subito, un pubblico dibattito sui percorsi del razzismo, anziche’ come avviene sulla emotivita’ antirazzista?






